Aprì gli occhi di soprassalto, sudato e con una forte fitta al petto. Fuori una scrosciante pioggia autunnale batteva contro il vetro accompagnata da lampi sporadici che illuminavano la stanza scarna dove Jack Burker si era svegliato. Si guardò intorno, guardingo cercando di capire se l’urlo che aveva sentito provenisse dall’esterno del suo appartamento oppure, dentro la sua testa. Erano due settimane infatti che era stato sospeso dal servizio perché ritenuto troppo stressato per i fatti che, concitatamente, si erano susseguiti nella sua vita in quegli ultimi mesi. La morte per malattia della moglie Carol, l’arresto per corruzione del suo collega Tom ed infine il caso di Samantha Mortensen l’avevano portato oramai sull’orlo del baratro, della depressione. Si avvicinò lentamente alla finestra,cogliendo il riflesso del suo volto alla luce del temporale che imperversava fuori. Solo una strada deserta, pochi lampioni con luce al neon e acqua, tanta acqua. L’orologio appeso contro la parete del muro segnava le tre di notte. Prese dal lavandino della cucina un piccolo bicchiere sporco e si versò un goccio di whisky liscio. Burker adorava il whisky. Pensava sempre ad un incontro con la donna perfetta quando tracannava avidamente quel liquido ambrato: forte e focoso ma allo stesso tempo bruciante, corrosivo veleno dell’anima. Improvvisamente però lo risentì e questa volta ne ebbe conferma: proveniva da fuori, dalla strada. Un urlo stridulo, agghiacciante come il freddo tocco di un cadavere. Corse alla finestra l’aprì di violenza e poi lo vide. Un uomo, avvolto da un impermeabile nero stava sotto la luce del lampione. La testa era rivolta verso di lui, verso la sua finestra. In quel momento un fulmine tagliò le nubi cariche di pioggia illuminando per un attimo il viso dell’uomo. Sorrideva. E nella sua mano destra impugnava un coltello. Si allontanò dalla finestra scosso dai fremiti di paura. Aveva capito immediatamente chi fosse quell’uomo. Era colui che la scorsa settimana aveva aperto con un coltello da cucina un macabro sorriso sulla gola della piccola Samantha Mortensen. In quel momento rivide il volto della piccola, gettata come fosse un giocattolo rotto, ritrovata tra le lamiere di elettrodomestici in disuso nella discarica comunale. Rivide il taglio netto della sua giovane gola di tredicenne dove il sangue rappreso formava grumi neri contrastanti con la sua pelle ormai diventata bianca come l’alabastro e fredda come l’inverno che stava arrivando. E poi rivide lui, il suo ghigno, la sua sardonica risata da vincitore e in un istante, seppe cosa c’era da fare. Doveva porre fine a tutto questo, al dolore che lo corrodeva per i fallimenti delle indagini, al dolore delle famiglie uccise da quell’ omicida ancora in libertà. Uccidere per vivere pensò. Questo è il prezzo che devo pagare. Uccidi il mostro e ucciderai anche i mostri dentro di te. Teneva una pistola nell’armadio, una Beretta calibro nove. Si vestì e scese in strada. Ma quando uscì, nel freddo della notte, sotto quel lampione non vide nessuno. Solo il rumore dei suoi passi si sentiva, la pioggia aveva smesso di battere e lo scandire del tempo era dato solo dal suo respiro affannoso che condensava nell’aria notturna. Mi sta sfidando, pensò Burke. Voleva prendersi gioco di lui,giocare al gatto col topo esattamente nel suo territorio,a casa sua, nella sua via. Si guardò intorno,niente. Solo lui la sua paura e i suoi fantasmi. Puntando la pistola in più direzioni vide come la sua mano tremava in modo vistoso. Si sentì perduto, sconfitto. Il killer non solo si era preso la vita di quella bambina, si era preso anche la sua anima e il suo coraggio. Risalì le scale del condominio fino al terzo piano e si richiuse la porta dietro di sé. Sono al sicuro, pensò, quando improvvisamente un dolore lancinante alla gamba destra lo scaraventò a terra estendendosi a tutta la gamba. Stringendosi con tutte due le mani il ginocchio pregno di sangue, capì che lui era lì. Seduto sulla poltrona del salotto impugnava una pistola armata di silenziatore ancora fumante mentre con la sinistra sorseggiava il suo whisky, la sua donna perfetta.” Certo che vivi proprio in una topaia detective” disse il killer con il tono di chi ha già vinto.”Pensavi davvero di potermi prendere?O addirittura uccidermi?Se vuoi saperlo ne ho uccisa un’altra stasera,in tuo onore… E’ qui sotto nel cassonetto della via a fianco…l’urlo che ti ha destato dalle tue calde coperte beh,era il suo..povera piccola.”La gamba bruciava come non mai, il colpo era stato inferto con una precisione chirurgica. Burke sentiva che le forze lo stavano abbandonando. Doveva avergli sicuramente spaccato la rotula. Stringendo i denti disse “Ehi figlio di troia, perché quelle povere bambine?Che cazzo ti avevano fatto per meritare una morte cosi?”. Il Killer dando le spalle a Burke guardando da quella stessa finestra da cui il detective lo aveva sfidato poco prima disse solo “L’innocenza, detective” poi aggiunse “Sono venuto qui soltanto per farle vedere chi ha vinto e chi ha perso. Il male vince sempre. Nessuno è innocente. Lei dovrebbe saperlo meglio di me... La lascerò vivere Burke,perche tanto,lei è già morto..i suoi demoni e i suoi rimorsi l’hanno uccisa.”Dette queste parole il killer lo scavalcò, lasciandolo sul pavimento freddo del suo appartamento, col solo rumore dei suoi passi cadenzati che si allontanavano sempre più nell’ oscurità della notte.
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